Gifted Hands – ma non solo…

Parlando di giftedness e di alto potenziale mi hanno suggerito un film: GIFTED HANDS.
Un film che racconta la vita di Benjamin Carson: un famoso neurochirugo pediatrico – ancora in vita – che ha segnato la storia della medicina con alcuni interventi mai riusciti prima.

Il protagonista (interpretato dal premio oscar Cuba Goodgin Jr.), nato nel 1951 a Detroit, cresciuto con la madre Sonya e il fratello, trasferitosi a Boston tra il 1951 e il 1961, arrivò all’università di Yale nel 1969, frequentò una delle migliori università di medicina degli USA e nel 1976 inizio il tirocinio presso il John Hopkins Hospital dove divenne poi direttore del reparto di Chirurgia Pediatrica.

Questo il percorso fatto di tanti piccoli traguardi. Ma il film dedica poco spazio ai successi: al contrario mette in luce soprattutto le tante difficoltà che Ben ha dovuto affrontare a partire dal fatto di essere uno studente di colore tra gli anni ’50 e ’60 (anni in cui il tema della segregazione razziale era particolarmente caldo, ricordiamo che nel ’57 nacque il movimento guidato da Martin Luther King…). Aggiungiamo che sua madre sapeva leggere a malapena e doveva mantenere due figli con lavori poco qualificati. Non ci stupisce vedere all’inizio del film un bambino che ottiene voti pessimi a scuola. Eppure sembra sia sufficiente poter comprare un paio di occhiali per iniziare a invertire il trend… ma solo un passo alla volta, con tanto impegno e tanti sacrifici e non senza nuove difficoltà da affrontare. Perchè i problemi economici restano (e solo per una casualità non sfociano in tragedia) e soprattutto restano i pregiudizi nella testa delle persone che Ben incontra sulla sua strada (e con cui dovrà fare i conti per tanto tempo).
E poi ci sono i problemi che incontriamo tutti di fronte a contesti altamente richiedenti, perchè il protagonista è una persona a tutto tondo, fatta di punti di forza e di debolezza. Ma la chiave di volta è una grande flessibilità: la capacità di far leva sulle risorse disponibili per superare le difficoltà.

Ecco, il film è prima di tutto una storia di resilienza: ecco la vera protagonista, più che il talento. Le “gifted hands” compaiono nel titolo ma poi restano sullo sfondo, quasi nascoste rispetto a tanti altri personaggi importanti: gli affetti (il supporto della madre e poi anche della moglie, la compagnia del fratello nell’infanzia) e la fede, l’arte e la musica classica, lo studio e l’istruzione. Tutti elementi che contribuiscono a far diventare Ben un eroe moderno.

E poi emerge un altro personaggio interessante: il cervello e la sua plasticità!

Così il film ci piace per quello che racconta. E anche perchè è un omaggio a un personaggio che superando tante difficoltà è arrivato a porre alcune pietre miliari nella storia della medicina e che oggi si impegna per motivare bambini e ragazzi verso lo studio e l’impegno per costruire il proprio futuro.

Anche se per certi versi il racconto risulta un po’ didascalico (soprattutto per quanto riguarda il ruolo della fede) e lascia la curiosità di conoscere qualcosa in più delle sue “gifted hands”… nella biografia online leggiamo che “nell’estate tra il diploma e l’università di medicina lavorò in un’acciaieria dove divenne cosciente di avere un’ottima coordinazione occhio-mano, che in seguito lo fece diventare un ottimo chirurgo“. E troviamo una curiosa citazione: “La mia coordinazione tra occhi e mani, è stato un inestimabile vantaggio per me in chirurgia. Questo dono va oltre la coordinazione occhio-mani e include l’abilità di capire i rapporti personali, per pensare in tre dimensioni”.

Il TALENTO in letteratura

A livello teorico, esistono diversi modelli proposti da diversi autori negli ultimi decenni per spiegare la plusdotazione e alcuni in particolare mettono l’accento sul talento secondo accezioni differenti.

Renzulli (1986) è il primo a mettere in evidenza la necessità di una concomitanza di fattori. Il Modello dei 3 anelli distingue tra alto potenziale cognitivo, creatività e motivazione, e dall’intersezione questi tre elementi risulterebbe la plusdotazione: qualcosa che si sviluppa solo in alcuni soggetti in determinati momenti e circostanze. Questo modello focalizza il passaggio dal talento potenziale alla riuscita. Renzulli però (diversamente da Gagné ) non arriva a identificare i ragazzi underachievers. Inoltre questo modello lascia aperti alcuni problemi relativi al rapporto tra fattori interni e influenza ambientale; l’influenza dell’ambiente sulla motivazione e sulle modalità con cui il soggetto elabora le informazioni in modo più o meno creativo sono aspetti su cui questo autore non offre particolare approfondimenti (Cairo, 2001).

Secondo il modello di Gagné (1993) – noto come Modello differenziato plusdotazione/talento – la plusdotazione o talento naturale è un’espressione spontanea di naturali abilità superiori, rispetto ai pari, in almeno uno dei domini di abilità proposte: intellettuale, creativo, socio-affettivo e senso-motorio. Ogni abilità naturale può essere espressa in modi diversi (ad esempio, la destrezza manuale può rientrare nelle particolari abilità di un pianista o di un pittore). Il talento emergerebbe progressivamente in base alla trasformazione e alla padronanza delle abilità naturali dell’uomo, tramite il potenziamento o lo sviluppo sistematico (ambiti) o altri fattori catalizzatori.

LA RESILIENZA

Il termine è preso a prestito dalla fisica è indica una specifica caratteristica della materia per cui un corpo può essere soggetto a flessione o curvatura (o altra distorsione) senza perdere la capacità di ritornare nella forma originaria. Un esempio in questo senso è dato dall’acciaio armonico (un acciaio al silicio ad alto tenore di carbonio, 0,80 – 0,90 %, e quindi particolarmente duro) mentre è poco resiliente il vetro.

In Psicologia il termine RESILIENTE assume un significato nuovo ma molto simile: indica colui che “si piega ma non si spezza”, a fronte di difficoltà, traumi, deprivazioni, insuccessi. E’ colui che dopo avere affrontato provlematiche di natura psicologica e/o materiale ritorla allo stato precedente le difficoltà (o meglio di prima).
La resilienza è favorita da un sistema di pensieri e di convinzioni che si riferiscono alla controllabilità di cià che accade (“Io posso uscire dal momento difficile), ma implica anche delle abilità e competenze a livello sociale (“Gli altri credono in me e mi sostengono).

[Moè, A. 2010. La motivazione, Il Mulino]

La resilienza è divenuta l’elemento centrale di frequenti riflessioni e numerose indagini, tanto che nel 2014 sono uscite più di 1700 pubblicazioni scientifiche, contro le meno di 10 all’anno dei primi anni novanta [David Gourion sul n. 144 di Mente & cervello – Dicembre 2016]

LA PLASTICITA' CEREBRALE

Anche il termine PLASTICITA’ nasce con riferimento ad alcune caratteristiche fisiche dei materiali ma finisce per trovare spazio in ambiti molto diversi, da quello artistico a quello biologico.

In particolare la PLASTICITA’ NEURALE e la PLASTICITA’ CEREBRALE sono dei fenomeni definiti e studiati dalla psicologia, dalla biologia e dalla medicina. La prima riguarda i fondamenti biologici dell’apprendimento e il tema dell’epigenetica.

La seconda si basa sulla prima e riguarda la capacità dell’encefalo (cervello, cervelletto e tronco encefalico) di modificare la propria struttura e le proprie funzionalità – anche in reazione a traumi o patologie – e in relazione al processo di sviluppo dell’individuo (ha un potenziale maggiore nell’età evolutiva).

Ecco perchè imparare a suonare uno strumento musicale o studiare una lingua straniera sono attività in grado di cambiare la struttura del nostro cervello, ed ecco perchè dalle neuroimmagini l’ippocampo dei tassisti risulta più sviluppato.