Stress da cattedra e altri burn-out…

Stress da cattedra, allarme in tutta Europa. Ma l’Italia fa finta che non esista.

Questo è il titolo completo dell’articolo pubblicato oggi su Repubblica.it

Dopo Francia e Regno Unito, ora un nuovo studio agita il mondo della scuola tedesco: “I prof sono fisicamente più sani della media ma hanno molte più patologie psichiatriche”. Preoccupante il dilagare dei casi nel nostro Paese. Lo specialista Lodolo D’Oria denuncia: “I dati ci sono, ma non vengono elaborati”. E lancia una proposta

Mentre in Italia siamo fermi ad una generica tutela dallo “stress da lavoro correlato” che nelle scuole non è mai sbarcata. E i pochi dati disponibili sono addirittura più preoccupanti.

Ho provato a cercare online altre versioni della stessa notizia e tra i risultti più interessanti ho trovato un articolo comparso sul Corriere Veneto nel 2005 (il 6 febbraio) dal titolo Stress da cattedra, di Giuseppe Favretto, che ne scriveva già nel 2001): dati medici raccolti in Lombardia, indicano quella degli insegnanti la categoria che, tra i dipendenti pubblici, chiede più frequentemente pensionamenti anticipati o aspettative. I motivi invocati sono, soprattutto, quelli connessi a un sovraccarico psicologico e ad una caduta di senso di identità: è il Burnout.
E l’articolo continuava presentando i risultati di una ricerca affidata all’università di Verona da parte della Regione Veneto-Assessorato Istruzione e Cultura.

Ecco, in mezzo, tra il 2005 e il 2015 sembra se ne sia parlato o almeno scritto poco sui quotidiani…

Però il Burn-out è una questione seria.
Il Burn-out è qualcosa che cambia profondamente la vita delle persone che si trovano a farci i conti.
E non solo, è qualcosa che può incidere fortemente anche sulle persone intorno a loro, in quanto professionisti e in quanto persone.
E se pensiamo che il concetto di Burn-out nasce proprio con riferimento alle professioni sanitarie e in generale alle professioni caratterizzate dal prendersi cura di altri, è evidente che l’effetto domino può essere qualcosa di molto preoccupante.

E allora capisco le preoccupazioni di chi ha riportato la stessa notizia aggiungendo una domanda significativa: a chi affidiamo i nostri figli?
La domanda suona un po’ allarmista, semplicemente per il fatto di fare riferimento ai nostri figli…Ma io credo che non sia mal posta se può essere utile a portare all’attenzione di tutti gli adulti un tema del genere che altrimenti rischia di essere categorizzato come qualcosa che interessa solo a quella categoria professionale o al massimo all’Inps in termini di costi.

esaurimento

Il Burnout è una cosa seria…
E se il burnout ha a che fare con la disponibilità di risorse (cfr. box) capiamo che di questi tempi la criticità aumenta, interessante in questo senso una ricerca di qualche mese fa: La competizione individuale aumenta il burnout. I risultati di uno studio internazionale.

Qualche spiraglio però arriva da altre ricerche che sottolineano il ruolo positivo di alcuni comportamenti, capaci di ridurre il rischio di burnout, almeno per categorie specifiche come quella dei medici: Instaurare relazioni più profonde con i malati riduce le denunce per malpractice e abbassa il rischio di sviluppare la sindrome da burnout (che colpisce otto medici su dieci).

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Il BURNOUT

Tale fenomeno venne descritto per la prima volta all’inizio del Novecento da Kraeplin, che mise in evidenza come le scarse risorse pubbliche della psichiatria e le condizioni della vita professionale degli operatori di questo settore potessero talora comportare delle conseguenze negative sull’attività e il comportamento delle persone quale, per esempio, il rapido “esaurimento” del medico. Negli anni Trenta del secono scorso il termine venne usato in ambito sportivo in riferimento al fenomeno per cui, dopo alcuni successi, un atleta manifestava un calo del rendimento.
Nel contesto sociosanitario si iniziò a considerare il burnout per la prima volta nel 1974, in seguito agli studi condotti da Freudenberger su alcuni operatori impegnati in questo ambito. Da quel momento in letteratura è possibile rintracciare due differenti orientamenti di studio che identificano il fenomeno come una situazione di stato oppure una situazione di processo, con le relative specifiche definizioni.

In entrambi questi approcci è presente un’attenzione dei ricercatori allo studio del burnout soprattutto sui sintomi riscontrabili, in particolare, tra gli operatori socioassistenziali.

Le ricerche successive hanno concepito il fenomeno come una sindrome non più riferibile esclusivamente alle professioni d’aiuto (soprattutto quelle socioassistenziali ma anche quelle di insegnanti, psicologi ecc) ma come la manifestazione di una più ampia tipologia di disagio estensibile a qualsiasi categoria professionale (Maslach, Leiter 2000; Borgogni, Consiglio, 2005). Nell’ambito di tale approccio Shirom (2005), riprendendo la “teoria della conservazione delle risorse” di Hobfoll (1989), ha ipotizzato che il job burnout si manifesti nel momento in cui l’individuo si rende conto di non possedere le risorse (interne ed esterne) necessarie per affrontare le richieste provenienti dal lavoro svolto.

[Argentero, P., Cortese, C.G. & Piccardo, C. 2008. PSICOLOGIA DEL LAVORO. Raffaello Cortina Editore]

IL BURNOUT come SITUAZIONE DI STATO

Le definizioni di stato si focalizzano sui sintomi del burnout, considerato come la manifestazione di un disagio che si estrinseca in una serie di eventi descritti da tre caratteristiche principali:

  1. l’esaurimento emotivo, che esprime il disagio relativo alla sensazione di essere continuamente in uno stato di tensione;
  2. la depersonalizzazione, che rappresenta la risposta di distacco dell’operatore nei confronti delle persone che ricevono il servizio;
  3. la ridotta realizzazione professionale e personale, cioè la sensazione di possedere insufficienti competenze per affrontare la propria attività lavorativa.

La combinazione di questi tre aspetti consente di delineare il burnout in termini di risposte emotive, cognitive e comportamentali alla situazione di lavoro, che si sviluppano nel tempo

[Argentero, P., Cortese, C.G. & Piccardo, C. 2008. PSICOLOGIA DEL LAVORO. Raffaello Cortina Editore]

il burnout come PROCESSO

Le definizioni di processo concepiscono il burnout come un fenomeno che si sviluppa in diverse fasi. In questo senso uno dei modelli maggiormente riconosciuti è quello di Edelwich e Brodsky (1980), che descrive il burnout come un processo articolato in quattro fasi:

  1. la fase dell’entusiasmo idealistico, che è accompagnata da aspettative di successo e di miglioramento del proprio status;
  2. la fase della stagnazione, in cui l’operatore si rende conto che i risultati del suo impegno sono incerti;
  3. la fase della frustrazione, in cui predominano sentimenti di impotenza;
  4. la fase dell’apatia, caratterizzata da una totale chiusura in se stessi, con perdita del desiderio di aiutare gli altri.

[Argentero, P., Cortese, C.G. & Piccardo, C. 2008. PSICOLOGIA DEL LAVORO. Raffaello Cortina Editore]