Saving Mr. Banks. (Supercali)fragili come gli specchi

Credo che il film di Mary Poppins, almeno qualche suo spezzone, sia noto a tutti. Ecco, Saving Mr. Banks rappresenta una sorta di prequel, e come tale aggiunge qualche chiave di lettura rispetto a fatti e personaggi, ma lo fa raccontando il dietro le quinte, un backstage lungo 20 anni, il tempo impiegato dal Signor Disney per convincere la Signora Travers, a vendere i diritti del suo romanzo Mary Poppins: il primo romanzo della trilogia di libri per ragazzi dedicato alla celebre bambinaia…

Il film, interpretato da Tom Hanks ed Emma Thompson (qui una recensione da mymovies.it), è uscito nelle sale cinematrografiche nel 2013. A me è capitato di vederlo pochi giorni fa. E da allora immagini e parole del film ritornano a galla. Scontrandosi tra di loro e con tasselli di memoria semantica

Da un lato si scontrano le tre figure paterne che emergono nel film: il Signor Disney che si impegna per 20 anni in una sorta di corteggiamento (professionale) sulla base di una promessa fatta alle sue figlie (sarà vero?); l’autista che il primo assegna all’autrice, padre di una ragazza disabile, capace di un piccolo miracolo; infine il padre di Pamela Travers, la cui figura è un chiaroscuro affascinante e inquietante, desiderabile e deprecabile.

Quest’uomo compare all’inizio del film come una figura positiva, capace di far sorridere la figlia grazie alla fantasia (e sembrerebbe che la magia contenuta nel personaggio di Mary Poppins derivi da lui), ma poco per volta emerge il lato oscuro di questi aspetti, l’altro lato di una medaglia, il lato nero di uno specchio che rischia di rompersi. La deriva delle bugie condite con l’alcol.
Tasselli terribili e indelebili, all’interno dell’infanzia di Pamela che per difendersi (e per punirsi) costruirà tutta una serie di muri, paletti, dictat, divieti, condizioni. Tutto per tenere insieme quei tasselli in un modo accettabile (o sostenibile) per il suo io.

Il film si propone come il racconto di una storia vera. Noi non sappiamo in quale percentuale sia realmente vera. Ma l’idea che una bambina possa aver vissuto quello che il film racconta, stride a dismisura con l’immaginario che si era creato attorno al film di Mary Poppins.

E se guardiamo questo prequel con gli occhi della psicoanalisi non facciamo fatica a riconoscere il ruolo delle difese e il conflitto interiore che vive la protagonista, a partire da quella infanzia infrantasi all’improvviso come uno specchio, fino all’epilogo del film: quando il personaggio che rappresenta il signor Disney (il primo papà), insieme al personaggio dell’autista (il secondo papà), riesce a salvare il padre di Pamela (il terzo papà) mentre salva il personaggio di Mr.Banks (eccolo il titolo! e il quarto papà).

Ancora una volta ritroviamo quel bisogno fondamentale caratteristico dell’età infantile (ma non solo) di costruire e mantenere una immagine positiva delle proprie figure di riferimento, nella consapevolezza che la propria salvezza dipenda in maniera fondamentale da questa immagine – da questa rappresentazione mentale che si costruisce dentro di noi in maniera lenta e costante a partire dalla nascita – in maniera simile o forse maggiore rispetto a quanto pesa la realtà.

Bowlby parlava di Modelli Operativi interni (MOI), per descrivere il ruolo che hanno le rappresentazioni (soggettive) delle proprie figure genitoriali (la sua teoria dell’attaccamento si riferisce in particolare al legame con la madre). Qualcosa che tende a cristallizzarsi. E come ci insegna la fisica ciò che è meno malleabile rischia di rompersi improvvisamente… Ma le risorse umane sono sorprendenti, e le persone intorno a noi (o intorno alla protagonista) possono mostrarci nuove chiavi di lettura e riuscire ad aprire, come un ventaglio, nuove possibilità. Per far sviluppare un racconto, o la nostra storia, in un modo nuovo e inaspettato, al di là di quei vecchi paletti e di quei muri che avevamo costruito per difenderci.

Il film finisce bene ma quel ritornello csosì famoso – Supercalifragilistichespiralidoso – ora mi sembra meno leggero…

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I MODDELLI OPERATIVI INTERNI (MOI)

I MODELLI OPERATIVI INTERNI (MOI)

Il costrutto è stato formulato da John Bowlby, colui che ha formulato e sistematizzato la teoria dell’attaccamento, oggi punto di riferimento obbligato per qualsiasi studioso dello sviluppo.

Secondo Bowlby (1988) i Modelli Operativi Interni (MOI) sono rappresentazioni interiorizzate della relazione costruita, delle emozioni vissute, della responsività del caregiver, dell’immagine di sé nella relazione, consentono di affrontare in modo affettivamente e cognitivamente più maturo i momenti di separazione dalla madre e di rivolgersi quindi con fiducia verso gli altri. D’altra parte, il fatto che essi siano il prodotto di una rielaborazione personale di esperienze relazionali del tutto indotto di una rielaborazione personale di esperienze relazionali del tutto individuali spiega la presenza di esiti di attaccamento distinti, fonte di differenziazione dei percorsi di ognuno, come le ricerche condotte dalla Ainsworth (Ainsworth et al. 1978) e da altri hanno ampiamente illustrato (Flanagan, 1999).
Infine si può osservare come contestualmente alla formazione dei MOI si definiscano anche le prime informazioni che l’individuo esperisce riguardo a sé e agli altri e che gli consentono di pervenire a una prima forma di consapevolezza di sé come entità separata e distinta. La costruzione di un legame affettivo esclusivo avviene dunque parallelamente al processo di separazione e individuazione (Corsano, 2009).

BIBLIOGRAFIA
Ainsworth, M.D., Blehar, M.C., Waters E., Sall, S. (1978). Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation, Erlbaum, Hillsdale (NJ)
Bowlby, J. (1988). Una base sicura: applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, trad. it. Raffaello Cortina, Milano 1989.
Corsano, P. (2009). Lo sviluppo sociale, in Barone, L. (a cura di) Manuale di psicologia dello sviluppo, Carocci editore, Roma.
Flanagan, C. (1999). La socializzazione infantile, trad. it. Il Mulino, Bologna, 2002.