Dislessia o ADHD? Comunque potrebbero finire alle olimpiadi…

Era un ragazzino irrequieto, giusto?
Avevo qualche problema per via della dislessia. Mi dava fastidio quando mi prendevano tutti in giro, ma non posso dire di avere avuto un’infanzia difficile. Mi davano più fastidio maestre e professori che mi tormentavano con il solito ritornello: lascia perdere il judo che non ti darà mai da mangiare. Mi hanno fatto odiare la scuola.

è l’estratto di un articolo che mi è capitato di leggere oggi (di Riccardo Romani) dedicato al campione di Judo Fabio Basile, medaglia d’oro a Rio 2016. Un risultato eccezionale alla fine di un percorso non scontato.

Fabio non è un predestinato. E neppure uno che ha ereditato fortuna e privilegi. Fabio è uno su cui non ha mai scommesso nessuno, un ragazzino che a scuola faceva fatica a leggere e lo prendevano in giro. Un moccioso che passava le sue serate a fare la lotta con un orsachiotto della sua stazza, immaginando chissà quale campionato interstellare di Judo. Uno così mica pensi che un giorno vinca l’olimpiade.

Si legge sempre sullo stesso estratto che potete ingrandire con un clic (Vanity Fair, 17 agosto 2016)

fabio-basile_olimpiadi-e-dislessia

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Una storia che ci ricorda un po’ quella già raccontata per il campione più medagliato di tutti i tempi. Perchè Michael Phelps arrivò in piscina con la diagnosi di un disturbo cognitivo. Nel suo caso si trattava di ADHD, in italiano DDAI-Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività.

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Chi si occupa di psicologia clinica, di neuroscienze, di medicina, e chiunque pratici una professione chiamata a emettere diagnosi, sa bene quali siano le implicazioni e le criticità che l’attività diagnostica porta con sè. Queste storie però ci raccontano come, anche convivendo con una diagnosi di un certo tipo, sia possibile coltivare al massimo il proprio potenziale e impegnarsi per raggiungere risultati straordinari.

D’altra parte le diagnosi che sottendono queste storie riguardano problematiche la cui frequenza è in continuo aumento, non tanto per una maggiore incidenza (non perchè i bambini di oggi siano portatori di maggiori problemi neurologici) ma semplicemente perchè si è raggiunta una maggiore precisione diagnostica: oggi vengono considerati (e inclusi nel gruppo) sia i bambini che in passato per vari motivi non erano riconosciuti per le loro difficoltà, sia  i bambini portatori di disturbi dominio-specifici che prima venivano considerati generalizzati.

 

DISLESSIA e DSA

Il disturbo specifico nell’apprendimento della decodifica di lettura (lettura decifrativa), conosciuto in tutto il mondo col termine dislessia, rappresenta il caso più emblematico di Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA), o Learning Disability (LD) in ambito internazionale (Tressoldi e Cornoldi, 2007).

Con il termine Learning Disability (LD), secondo la definizione proposta da Hammil nel 1990, si riferisce a un gruppo eterogeneo di disturbi manifestati da significative difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità di ascolto, espressione, orale, lettura, ragionamento e matematica, presumibilmente dovuti a disfunzioni del sistema nervoso centrale. Possono coesistere con la LD provlemi nei comportamenti di autoregolazione, nella percezione sociale e nell’interazione sociale, ma non costituiscono di per sé una LD.
Le learning disabibilites possono verificarsi in concomitanza con altri fattori di handicap o con influenze estrinseche (culturali, di istruzione, ecc.) ma non sono il risultato di quelle condizioni o influenze (Hammil, 1990).

Per quanto concerne il contesto italiano dal gennaio 2007 sono disponibili le Raccomandazioni per la pratica clinica sui disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), elaborate secondo il metodo della Consensus Conference dai rappresentanti delle principali organizzazioni dei professionisti che si occupano di questi disturbi (psicologi, logopedisti, neuropsichiatri infantili, pediatri, ecc.). Nelle raccomandazioni si ribadisce che la principale caratteristica di definizione di questa categoria nosografica è quella della specificità, con riferimento al fatto che il disturbo interessa uno specifico dominio di abilità in modo significativo ma circoscritto, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. In questo senso il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quella della discrepanza tra i seguenti aspetti:

  • abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata);
  • l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica).

BIBLIOGRAFIA
Tressoldi, P. e Cornoldi, C. (2007). Dislessia e disturbi della scrittura, in C. Cornoldi (a cura di) Difficoltà e disturbi dell’apprendimento, Ed. Il Mulino, Bologna.
Hammil, D.D. (1990). On defining learning disabilities: An emergning consensus, in “Journal of Learning Disabilities”, 23, pp. 74-84

IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE/IPERATTIVITA'

La sindrome di DDAI, traduzione dal termine inglese Attention Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD), è stata clinicamente sistematizzata per descrivere aspetti altamente diffusi e problematici che riguardano sia l’area dei comportamenti sia l’area cognitiva, con pesanti ripercussioni sugli apprendimenti scolastici. Per quanto la specificazione diagnostica della sindrome sia stata oggetto di polemiche e posizioni contrastanti, e questo è accaduto anche in Italia quando si è cominciato a studiare sistematicamente questi problemi [O’Leary, Vivian e Cornoldi, 1984; O’Leary, Vivian e Nisi, 1985], le problematiche ad essa associate sono costantemente sotto gli occhi di tutti i professionisti, in particolare degli insegnanti.
Il DDAI è la più recente etichetta diagnostica per descrivere bambini che presentano problemi di attenzione, impulsitvità e iperattività, in associazione con altri sintomi e in vari contesti (a casa e/o a scuola).

BIBLIOGRAFIA
Marzocchi, G.M; Re, A.M, Cornoldi, C. (2007). Disturbo di attenzione e di iperattività, in C. Cornoldi (a cura di) Difficoltà e disturbi dell’apprendimento, Ed. Il Mulino, Bologna.