Migranti e innovazione, marchi e ingroup, guizzi e guizzini…

La questione dei migranti è sulle pagine di tutti i giornali con immagini e storie tragiche che attivano immediatamente sentimenti ed emozioni. Paura, empatia, solidarietà, rifiuto… Ma oggi se ne parla anche sulle pagine della sezione Silicon Valley con un articolo che chiama in causa aspetti diversi e razionali, almeno nei primi dati: fatturato e posti di lavoro.

L’articolo infatti, riprendendo un rapporto di Kleiner Perkins Caufield & Byers (una delle prime società di venture capital della Silicon Valley) che mostra il ruolo che gli immigrati hanno giocato nella creazione dei giganti high-tech americani, cita alcuni dati aggregati:

Il 60%  delle top 25 tech company (per capitalizzazione di borsa) ha tra i suoi fondatori immigrati, di prima o seconda generazione.

Messi insieme fanno 1,600 miliardi di dollari di valore, ma soprattutto oltre 500 miliardi di dollari di fatturato e quasi 1,2 milioni di posti di lavoro.

In realtà il ruolo principale spetta all’immagine di apertura: un’infilata di loghi e/o marchi che chiamano in causa sentimenti precisi. Il senso di familiarità legato alla riconoscibilità (riconoscere delle immagini ci fa sentire coinvolti), il desiderio legato agli oggetti diventati status-simbol (benchè sia un termine quasi desueto), il senso di appartenenza tipico degli standard tecnologici che procede di pari passo con il sentimento di esclusione per i relativi competitor secondo esempi ormai tipici: la contrapposizione tra coloro che utilizzano prodotti Mac e il resto del mondo, oppure tra gli utenti di Google e quelli di altri motori di ricerca, o ancora tra chi sceglie Coca Cola o Pepsi….
Arriviamo così (ancora una volta) al tema dell’ingroup e dell’outgroup e si può dire che il cerchio si chiude, ma nel suo percorso è stato un tentativo di minare alla base (si spera) alcuni pregiudizi e stereotipi che riguardano il nuovo e il diverso. Ed è anche per questo abbiamo scelto di condividere qui questo articolo.

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E chiudiamo citando l’incipit dell’articolo:

Il nuovo e il diverso spaventa. Il cambiamento spaventa.

L’imprenditorialità ci insegna a vedere il cambiamento come una incredibile opportunità.  E quindi a reagirvi in modo positivo e proattivo.

 

ps. L’immagine di copertina è ispirata a Guizzino, di Leo Lionni: una storia e un personaggio che sono esempio di sopravvivenza e di innovazione (vitale) portata dall’esterno…

Guizzino

INGROUP & OUTGROUP

INGROUP: gruppo con cui un individuo si identifica e al quale sente di appartenere.
OUTGROUP: gruppo con cui un individuo non si identifica.

[L’ANIMALE SOCIALE – Elliot Aronson. Ed. Apogeo]

 

Pregiudizi e stereotipi

Teoricamente esistono pregiudizi sia positivi che negativi. Nel secondo caso (quello più critico) il pregiudizio rappresenta un atteggiamento ostile nei confronti di un gruppo riconoscibile che si basa su generalizzazioni che derivano da informazioni scorrette o incomplete. In quanto atteggiamento condiziona i comportamenti. Il pregiudizio continua a far pagare un alto prezzo alle sue vittime: ogni anno infatti assistiamo a numerosi crimini dettati dall’odio e a innumerevoli atti di violenza provocati dal pregiudizio oltre a fatti più banali come le difficoltà per una persona di colore di riuscire a trovare un taxi.
Una persona con pregiudizi molto radicati è praticamente immune dalle informazioni che si discostano dai suoi amati stereotipi. Una reazione tipica, per esempio , è la “sottoclassificazione”: una strategia attraverso cui le persone si convincono del fatto che ciò che hanno appreso, pur essendo vero, altro non è che na rara eccezione alla regola.

Lo stereotipo consiste nell’attribuire caratteristiche identiche a qualsiasi persona di un gruppo, senza tenere in considerazione le effettive differenze che esistono tra i singoli membri del gruppo. Ricorrere agli stereotipi non  è necessariamente offensivo, anzi spesso è soltanto un modo attraverso cui gli essere umani semplificano la loro visione del mondo (…) ma fintanto che lo stereotipo si basa sull’esperienza ed è preciso, può essere una scorciatoia adattiva a cui si ricorre per affrontare un evento complesso, tuttavia, se lo stereotipo arriva a renderci ciechi di fronte alle differenze individuali che esistono all’interno di una categoria di persone, allora non sarà più una strategia adattiva e potrebbe addirittura diventare pericoloso.

[L’ANIMALE SOCIALE – Elliot Aronson. Ed. Apogeo]