Masha e la scuola russa

Proprio oggi mi è capitato di leggere una recensione (Non soltanto Walt Disney, la lezione delle fiabe russe”, da Corriere.itriguardo a un attuale fenomeno di costume (!): il cartone animato di MASHA E L’ORSO.
Si tratta di una serie animata di origine russa rivolta ai bambini dai 3 anni (altre info qui).
Per chi non lo conoscesse ancora sul sito di rai yoyo sono disponibili alcuni video (in Italia è distribuito da Dall’angelo pictures).

Al di là dei confronti con casi analoghi in termini di successo -sia di ascolti che di merchandising (Peppa Pig insegna)- e con la tradizionale supremazia dei personaggi Disney* a cui siamo abituati, gli aspetti più interessanti vengono proprio dalle peculiarità di questa serie. E poichè la recensione si conclude dicendo “Il resto, poi, è materia per pedagoghi e psicologi…” proviamo a raccogliere la palla e continuiamo a giocare…!

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E partiamo dallo sfondo e dal contorno, ovvero dalla foresta e da tutti gli elementi che contribuiscono a rappresentare la tipica ambientazione russa e le sue tradizioni.

LA FIABA ORIGINALE
Once upon a time…“: come nella migliore tradizione, comincia così anche la versione che abbiamo trovato a questo link (qui invece una versione in italiano). E viene naturale fare qualche confronto con le fiabe e le favole della nostra tradizione, che in questo campo attinge a mani piene a quella dell’Europa centro-settentrionale, dalle fiabe raccolte e rielaborate dai F.lli Grimm (Biancaneve*, Cenerentola*, Cappuccetto rosso*, Raperonzolo*, Il principe ranocchio*, Hansel e Gretel, I musicanti di Brema, Il lupo e i sette capretti, Il gatto con gli stivali, Pollicino, Il pifferaio magico…) alle favole scritte dall’autore e scrittore Hans Christian Andersen (La principessa sul pisello, La sirenetta*, Il soldatino di stagno, il brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia…).Forse un motivo in più per cui la fiaba di Masha può attecchire bene dalle nostre parti è da rintracciare in una sorta di vicinanza geografica che riguarda la rappresentazione delle ambientazioni delle fiabe tradizionali, benchè i panorami che vediamo dalle nostre finestre siano spesso diversi. In altre parole: il bosco e i suoi pericoli (che siano lupi o orsi poco importa) fanno già parte del nostro immaginario.

(Per quanto riguarda la differenza tra FIABE e FAVOLE rimandiamo a un articolo ripostato proprio ieri da Milkbook )

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IL RIADATTAMENTO
In termini di abitudini, c’è anche questo: il fatto che siamo abituati ad avere a che fare con degli adattamenti (per il Cinema o per la Tv) piuttosto che con le versioni originali, e in questo campo Disney* è davvero un riferimento. E ogni adattamento applica un filtro tra le origini (in un passato lontano) e la contemporaneità. Nelle fiabe tradizionali spesso il principe azzurro arrivava all’improvviso e baciava (salvandola) la principessa….nei film Disney il principe azzurro viene conosciuto prima della tragedia così che quando arriverà a portare il bacio della salvezza non sarà uno sconosciuto e la moralità delle fanciulle non sarà messa in discussione.

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IL SUPERAMENTO
Ma questo Masha&Orso è molto più di un adattamento, è una storia nuova che nasce dallo sviluppo di un tema originale che era già presente dall’inizio: Masha si salva da sola. Nella fiaba tradizionale non ci sono cacciatori o altri adulti che aiutano direttamente Masha (salvo rappresentare un espediente utile, il destinatario dello stratagemma architettato). Masha ha una sua idea per salvarsi e la mette in pratica in totale autonomia. Come? ritornando da coloro che le vogliono bene e che l’avevano messa in guardia dai pericoli del bosco. Ecco, questa è una delle novità della fiaba originale e non stupisce che sia avvenuto proprio in Russia: la patria di Vygotskij, autore di concetti quali la Zona di Sviluppo Prossimale – ZSP (di cui abbiamo già parlato qui) e lo Scaffolding, e fondatore della Scuola storico culturale (presentata qui).
Non ci sembra un caso che gli adulti di riferimento nella fiaba di Masha siano i nonni (e non i genitori) e restino sullo sfondo: in questo modo è possibile alludere alle figure educative in un senso più generale (di quanto accade ad esempio con la madre di Cappuccetto Rosso), secondo un tema tipico della scuola russa.
E il movimento di allontanamento e di riavvicinamento vissuto da Masha rispetto a queste figure (i nonni) che sono in un certo senso sempre disponibili, ci pare una buona metafora dei concetti di ZSP e di Scaffolding. Inoltre, non sfugge il motivo dell’allontanamento: è Masha che desidera andare più in là di quanto è solita fare, andare oltre la sua zona di confort e addentrarsi nel bosco, per esplorare spazi nuovi e vivere esperienze nuove insieme ai suoi coetanei. Si tratta di un presupposto completamente diverso rispetto all’ubbidienza che Cappuccetto Rosso mostra nei confronti della madre (e alla cura nei confronti della nonna).
D’altra parte l’autonomia e la proattività mostrate da Masha non sono troppo lontani dal concetto di “individualismo” che -in un’ottica di sindromi culturali- rappresenta un tratto tipico della cultura americana. E infattti la Scuola storico culturale rappresenta un punto di contatto tra la Russia (dove è nata) e il resto dell’Europa e del mondo (dove si è sviluppata).

L’UMORISMO
Restiamo sui punti di contatto tra Russia e mondo anglosassone sottolineando un aspetto che il cartone animato di Masha ha in comune con quello di Peppa (nata nel Regno Unito): l’umorismo. Benchè si declini in modo diverso nelle due serie, l’umorismo ha un ruolo fondamentale in entrambe.
Guardare le puntate di Masha e l’orso è divertente: la trama si sviluppa in maniera inusuale grazie ai frequenti fenomeni di ribaltamento dei ruoli. Questa è la principale peculiarità dei due protagonisti ma è una dinamica che riguarda anche personaggi minori come la coppia di lupi (simbolo di un branco o comunque di un pericolo al plurale) che finisce col cercare di evitare Masha poichè fonte di guai. I ruoli si invertono e quello che vediamo sullo schermo è il contrario di quello che avviene nelle fiabe tradizionali. Ed è proprio l’avvertimendo del contrario o il sentimento del contrario che caratterizza la comicità o l’umorismo secondo la lezione di Pirandello.
D’altra parte, tutte le puntate di Peppa Pig finiscono con i personaggi che risolvono l’evento ridendo tanto da coricarsi per terra dal ridere: e anche questa è una bella lezione per tutti! E non è un caso che arrivi dal Regno Unito: il famoso “umorismo inglese” è un classico esempio di sindrome culturale.

PS: in un articolo de La Stampa (pubblicato il 19/05/2015) con il titolo “Il libro salvato dai ragazzini viene tracciato un originale bilancio del Salone del Libro di Torino parlando anche di Masha e Orso…

LO SCAFFOLDING secondo VYGOTSKIJ

Secondo VYGOTSKIJ, nelle dinamiche evolutive è di fondamentale importanza la relazione con un adulto o un pari più capace, ed è questo che costituisce la componente sociale del processo di apprendimento. La modalità con cui si struttura tale relazione è definita SCAFFOLDING.

Letteralmente “impalcatura”, lo scaffolding è un’azione complessa, composta da diverse fasi:

  1. Fase dell’IMITAZIONE: considerata il punto di partenza con cui si pongono le basi della relazione adulto-bambino o esperto-novizio; durante questa fase l’insegnante (ma anche l’adulto in generale) fa vedere come si fa, come si svolge l’azione e fornisce un modellamento.
  2. Fase dell’APPROPRIAZIONE: durante la quale il novizio si appropria di parti sempre ppiù rilevanti dell’azione, effettuandole da solo ma sotto la sorveglianza dell’adulto.
  3. Dase della DISSOLVENZA: lsi dissolve l’intervento dell’adulto che è sempre meno presente e che lascia sempre più spazi di autonomia.

Alla fine il novizio sarà in grado di svolgere l’azione da solo e potrà anche aggiungere, allo stile dell’esperto che ha inizialmente imitato, qualche elemento di originalità relativamente al modo con cui si svolge tutta o parte dell’azione.
Obiettivo finale è rendere lo studente capace di offrire a sua volta scaffolding a un pari meno esperto.
L’adulto, l’esperto, resta un punto di riferimento con cui confrontarsi simbolicamente, un modello interiorizzato dell’expertise, una sorta di coach, di allenatore che offre stimoli e supporto per migliorare continuamente l’attività.

[Ligorio, M. B., & Cacciamani, S. 2013. PSICOLOGIA DELL’EDUCAZIONE, Carocci Editore]

LE SINDROMI CULTURALI

Dapnhna e Oyserman (2007) hanno proposto la prospettiva della cultura come rete di sindromi culturali. Ognuna di esse è una configurazione dominio-generale, flessibile e robusta di “segnali” (sintomi: credenze e valori, atteggiamenti ed emozioni). Tali sindromi generano una rete di significati, attese e pratiche che caratterizzano una data cultura. Quando un certo aspetto di una sindrome culturale è attivato, assai probabilmente anche gli altri elementi diventano accessibili nella memoria (di lavoro).
Individualismo vs. collettivismo, indipendenza vs. interdipendenza, pensiero analitico (Aristotel) vs. pensiero olistico (Confucio, onore e successo, distanza del potere sono altrettanti esempi di sindromi culturali.

La prospettiva della cultura come rete di sindromi culturali offre diversi vantaggi. Anzitutto esse sono trasversali e dominio-generali, presenti nelle diverse culture.

Un esempio per tutti: individualismo e collettivismo costituiscono sindromi fra loro antitetiche e finora in modo piuttosto stereotipato erano assegnate come poli opposti a macroaree culuturali ritenute fra loro inconciliabili (occidente da un lato e oriente dall’altro).
In realtà tali sindromi non sono blocchi monolitici ma sono articolate in una gamma di variabili intermedie. Per esempio l’individualismo è scomponibile in varie componenti: indipendenta personale, autostima, ottimismo, libertà di scelta e di decisione, preferenza per una comunicazione esplicita e diretta… A sua volta il collettivismo può essere disaggregato in una serie di elementi prossimali: armonia, forte preferenza per i rapporti con i familiari e i conoscenti, prevenzione dei conflitti…

Di solito (rispetto alla sindromi culturali dominio-generali) le variabili intermedie sono dominio-specifiche e fanno riferimento in modo concreto ai valori, al concetto di sé, alla relazionalità e ai processi di conoscenza. Sono strettamente legate al contesto e suggeriscono di volta in volta la condotta più pertinente ed efficace in riferimento a una situazione contingente.

Da un’accurata meta-analisi condotta da Daphna Oyserman, Heather Coon e Markus Kemmelmeier (2002) è emerso che le sindromi culturali sono presenti in tutte le culture (occidentali e orientali), anche se con una diffusione e un’intensità diverse.

[Anolli e Legrenzi, 2001. PSICOLOGIA GENERALE.  Ed. Il Mulino]