AUDIgate. Dalle teste all’attenzione…

AUDITEL. Un errore potrebbe aver inquinato i risultati…

Questo era (più o meno) il titolo del servizio che ho sentito alla radio venerdì scorso, 9 ottobre (qui l’articolo sul Sole 24 0re). La notizia era fresca e scarna, pochi dettagli. Da parte mia tanta curiosità: come è successo? come è stato possibile? e soprattutto….e ora? quali sono le conseguenze?
Per una pura combinazione stavo guidando verso la mia ‘vecchia’ facolta di Economia e stavo già ripensando al professore di Marketing…

Nei giorni successivi, mentre qualcuno ha coniato il termine AUDIgate (ma non c’entra con lo scandalo VW!), sono emerse informazioni aggiuntive insieme a numerosi aneddoti relativi a precedenti piccoli scandali e falle del sistema.
E ancora poco fa su Radio24 un esperto intervistato da Giovanni Minoli in Mix 24 commentava questo fatto e tentava di fare ipotesi sul futuro. Provo a riassumere il suo pensiero in attesa di avere a disposizione il podcast: l’auditel ha circa 30 anni di vita, ha vissuto qualche innovazione ma i media si sono evoluti con un ritmo molto più veloce; oggi i media non sono più sistemi verticali come in passato, sono integrati tra di loro e dunque non ha più senso semplicemente contare le teste, quello che bisognerebbe fare è misurare l’attenzione delle singole teste…

Ecco! L’attenzione diventa una variabile chiave. E misurarla diventa l’azione fondamentale…

Probabilmente molti statistici e matematici sono già alle prese con modelli vari ma…che cos’è l’attenzione?

Sicuramente è un tema classico della Psicologia Generale, ma al di là della definizione formale esistono punti di vista diversi…

 

ATTENZIONE, UNA DEFINIZIONE

L’attenzione è l’insieme dei dispositivi che consentono di

  1. orientare le risorse mentali disponibili verso gli oggetti e gli eventi,
  2. ricercare e individuare in odo selettivo le informazioni per focalizzare e dirigere la nostra condotta
  3. mantenere in modo vicile una codizione di controllo su cià che stiamo facendo

E’ un processo grazie al quale, in un dato momento, attribuiamo rilievo a una data informazione, ne’ inibiamo un’altra, selezionando, di volta in volta, ciò che per noi è saliente e trascurando ciò che per noi è indifferente.

[PSICOLOGIA GENERALE, di Anolli e Legrenzi. Ed. Il Mulino]

LO STUDIO DEI PROCESSI ATTENTIVI

I processi attentivi hanno costituito uno dei principali oggetti di studio della Psicologia Cognitiva. In questo ambito i modelli proposti sono stati sempre strettamente legati a particolari paradigmi sperimentali, nel senso che sono stati costruiti esclusivamente per spiegare i dati ottenuti utilizzando i paradigmi in questione. A questo proposito, si distinguono di solito tra due tipi generali di paradigmi:

  • il paradigma dell’attenzione selettiva si riferisce a situazioni in cui si misura la capacità del soggetto di elaborare alcuni tipi di informazioni, mentre simultaneamente ne feve ignorare altri:
  • il paradigma dell’attenzione divisa si riferisce genericamente a situazioni in cui il soggetto deve elaborare contemporaneamente diversi tipi di informazioni, come nei cosiddetti sual-tasks, in cui egli deve eseguire due diversi compiti simultaneamente.

[MANUALE DI SCIENZA COGNITIVA di Eliano Pessa e M. Pietronilla Penna – Ed. Laterza]

le metafore usate per spiegare l'attenzione

La storia degli esperimenticondotti sull’attenzione è donimata dalle varie metafore che sono state proposte per cercare di difinirla e che, a loro volta, hanno ispirato i vari modelli dei processi attentivi. Fino ad ora le metafore principali sono state tre:

L’attenzione come filtro. Seconto tutti i modelli appartenenti a questa categoria, l’attenzione non è altro che un filtro che serve a selezionare i segnali provenienti dall’ambiente esterno, in modo da evitare, da un lato, un socraccarico di elaborazione da parte del sistema cognitivo, bombardato continuamente da un gran numero di input sensoriali, e da far pervenire alla memoria, dall’altro, soltanto le informazioni più rilevanti. La prima e la più semplice teoria di questo tipo è stata la teoria del filtro, proposta fin dal 1958 da Donald E. Broadbent essenzialmente per spiegare i dati osservati negli esperimenti sull’ascolto dicotico.

L’attenzione ome serbatoio. Per quanto rigurda la metafora del serbatoio, essa va fatta risalire a Daniel Kahneman (1973) e consiste sostanzialmente nel vedere l’attenzione come una sorta di serbatoio contenente un opportuno numero di risorse, le cosiddette risorse attentive. Queste ultime vengono usate in quantità differente a seconda del tipo di compito in cui il soggetto è impegnato. Siccome le dimensioni del serbatoio – e quindi le risorse attentive – sono limitate, questa circostanza può creare dei problemi quando il soggetto deve eseguire più compiti contemporaneamente. L’interrogativo fondamentale di una teoria dell’attenzione basata su questa metafora è: come vengono ripartite le risorse attentive tra i differenti tipi di compito? A questo proposito si può notare che esistono alcuni tipi di compiti – quelli svolti automaticamente – che richiedono molte meno risorse attentive di quelli svolti sotto un diretto controllo cosciente da parte del soggetto.

L’attenzione come fascio di luce. Le origini della metafora del fascio di luce si possono far risalire allo studio di Yarbus del 1967 sui movimenti oculari effettuati durante la percezione di una scena visiva complessa. In questo studio si evidenziava come tali movimenti consistessero in sequenze complicate di fissazioni, in cui l’occhio era pressochè fermo, con la fovea rivolta in modo tale da catturare la luce proveniente da una particolare piccolissima zona della scena, e di saccadi, in cui l’occhio si muoveva velocemente passando da una zona di fissazione a una nuova zona di fissazione. L’esistenza di questi fenomeni fa sorgere una domanda fondamentale: come fa il sistema visivo a decidere quali zone della scena fissare? In altri termini, come fa, una volta scelta una zona da fissare, a decidere quale sarà la zona successiva da fissare? La risposta più plausibile a questa domanda consiste nell’ipotizzare che il funzionamento del sistema visivo richieda l’intervento di due processi di elaborazione distinti e successivi: uno pre-attentivo, che scandaglia in parallelo l’intero campo visivo, al fine di evidenzaire le zone che presentano un qualche interesse, seguito da uno attentivo, di natura seriale, che decide in base all’output del processo precedente quali zone del cmapo visivo prendere in considerazione.

[MANUALE DI SCIENZA COGNITIVA, di Eliano Pessa e M. Pietronilla Penna – Ed. Laterza 2010]