Amarcord per allodole

“…ho rivisto la scatola di quando ero bambina e non ho potuto non comprarla…”

In principio fu Hello Kitty…probabilmente il primo esempio di rinascita (esplosiva) sotto forma di merchandising di un ricordo caro a chi era bambina una generazione precedente. E ha spopolato tra signore e ragazze, ragazzine e bambine (anche se tutti si chiedono cosa abbia di accattivante un personaggio che non ha nemmeno la bocca per sorridere….ma evidentemente non è una condizione necessaria per avere successo).

Dopodichè Hello Spank, I personaggi di Sesame street, di Wacky races, dei Muppets
è diventato naturale vedere nelle vetrine magliette taglia 0-12 (anni) decorate con personaggi che non rientrano nell’immaginario televisivo di chi oggi ha quell’età, oppure t-shirt decorate allo stesso modo ma destinate a un pubblico adulto che non vive più occasioni adatte per quelle magliette ma non rinuncia alla tentazione di possedere qualcosa che è stato molto amato e desiderato nell’infanzia. Ma a quei tempi diciamocelo -al di là del fatto che tendenzialmente l’attenzione che i genitori avevano per l’abbigliamento dei bambini era piuttosto limitata (idem la disponibilità ad acquistare a destra e a manca)- certe cose non esistevano proprio! Abbiamo tutti il ricordo del desiderio di un qualche gioco, ma quanti di noi ricordano di aver desiderato una certa maglietta o un certo pigiama? Credo pochi, perché c’era poco da desiderare in quel campo.

Ecco, oggi tutto il merchandising che ruota attorno ai miti televisivi degli anni ’80 (per chi era bambino in quegli anni) appare come uno sfavillante paese dei balocchi che risveglia i nostri ricordi infantili e credo anche i nostri desideri infantili. E fin qui poco male. Mi chiedo però se poi funzioni, voglio dire: ci sentiamo veramente appagati dopo l’acquisto o durante l’utilizzo? nel caso in cui riusciamo a trovare una qualche occasione in cui indossare davvero quella maglietta con la puffetta, ci sentiremo realmente appagati come può sentirsi un bambino che indossa uno dei suoi miti? chissà… E come ci sentiamo quando qualcuno dei bambini del nostro circondario (figli nostri o di amici, nipoti nostri o altrui) indossa i nostri miti? Magari non li conoscono nemmeno e allora abbiamo una buona occasione per raccontare della nostra infanzia, è questo sì che è un successo (quasi) assicurato! (Diciamo al 99%) Solitamente i bambini riservano l’attenzione delle grandi occasioni ai racconti della propria infanzia che i grandi dedicano a loro. La nostra memoria autobiografica sarà come il cappello di un prestigiatore, da cui tirar fuori un sacco di bei conigli da raccontare ai bambini che abbiamo vicino, che ci guarderanno e ascolteranno con grande curiosità. Perché quello che è successo prima della loro nascita è fantastico come la magia.

In ogni caso la tecnica dell’Amarcord (chiamiamo così) di sicuro funziona bene per chi produce merchandising, tant’è che stanno nascendo come funghi negozi di abbigliamento dedicati esclusivamente ad abiti e accessori con il personaggio del caso ben stampato in vista, probabilmente sulla scia dei vari Disney Store riservati invece alle grandi città.

Ma c’è un altro settore in cui la tecnica dell’Amarcord sta spopolando probabilmente con un potenziale ancora maggiore: l’alimentare.
Nell’estate 2014 non è passata inosservata la confezione “revival” del formaggino tigre per i suoi 90 anni! E qui anche le nonne abituate ad avere come criterio guida il prezzo/kg (quello che si legge in piccolissimo nei cartellini dei supermercati) hanno ceduto: ho rivisto la scatola di quando ero bambina e non ho potuto non comprarla…

Addirittura c’è chi si organizza per chiedere che venga di nuovo messo in produzione un certo gelato della propria infanzia (leggi qui), del resto l’Algida da anni valorizza i suoi prodotti “classici” e li presenta abbinati al logo tipico degli anni ’80/90 giocando la carta dell’Amarcord su vari canali, ad esempio riproponendo sul proprio sito una galleria storica dei cartelloni che tipicamente vengono affissi nei bar: e subito ci ritroviamo ragazzini davanti a quel freezer gigante a scrutare con attenzione tutti i gelati per trovare il nostro preferito e verificare che non abbia nessuna crocetta (altrimenti significa che è finito accidenti!), e ci sembra quasi di sentire il caldo dell’estate o comunque della ressa degli altri che premono dietro di noi perché han tutti voglia di fare merenda.

Effettivamente è davvero interessante considerare le sensazioni e le emozioni che possono essere rivissute tramite i ricordi legati al gusto e all’olfatto.

 

I SENSI CHIMICI

Il GUSTO e l’OLFATTO sono i sensi chimici più familiari, di cui siamo naturalmente consapevoli, ma non sono i soli che possediamo: molti tipi di cellule (chiamati chemiorecettori) sensibili a svariate sostanze sono distribuiti in tutto il nostro corpo, dalla pelle alle mucose, e mettono in guardia da possibili sostanze irritanti. Gusto e olfatto hanno un compito analogo: l’individuazione delle sostanze chimiche presenti nell’ambiente, infatti il sistema nervoso può percepire gli AROMI solo utilizzando i due sensi contemporaneamente

Gusto e olfatto sono connessi molto intimamente con alcuni bisogni e funzioni fisiologiche fondamentali, dalla fame e sete ad alcune particolari forme di MEMORIA. I due sistemi sono separati e diversi nella struttura e nel funzionamento dei rispettivi chemiorecettori, nell’organizzazione delle connessioni a livello centrale e nei rispettivi effetti sul comportamento

[Bear, Connors & Paradiso. Neuroscienze, esplorando il cervello. Elsevier, 2007. Edizione italiana a cura di Casco, Petrosini e Olivieri]

LA MEMORIA E I SENSI CHIMICI

Probabilmente è capitato a tutti di provare avversione nei confronti di un determinato cibo (e anche solo del suo odore) a seguito di un’esperienza poco piacevole con esso. Questa avversione può essere molto specifica e durare per molto tempo dopo l’incidente, anche decine di anni.

John Garcia ha svolto ricerche in questo campo presso la Medical School di Harvard. Nutriva i ratti con un liquido dolce e, in seguito, dava loro una droga che li faceva stare male per un periodo breve. Anche dopo un solo esperimento i ratti che avevano ricevuto la droga evitavano per sempre lo stimolo dolce.

Una ricerca molto ampia ha mostrato che l’apprendimento dell’avversione all’aroma è il risultato di una particolare forma di MEMORIA ASSOCIATIVA. E’ particolarmente efficace per stimoli come il cibo (sia il sapore che l’odore contribuiscono), richiede un’esperienza straordinariamente breve (così breve che basta un solo esperimento di apprendimento) e può durate per molto tempo: più di 50anni in alcune persone. E l’apprendimento si verifica anche quando c’è un intervallo molto lungo tra il cibo (stimolo condizionato) e la nausea (stimolo incondizionato). Questo è ovviamente una forma di apprendimento molto utile allo stato selvaggio. Per gli uomini moderni questo meccanismo di memoria può costituire un ritorno di fiamma.

L’avversione per il cibo può essere un problema molto serio per i pazienti affetti da tumore sottoposti a radioterapia o chemioterapia, quando la nausea indotta dalla terapia rende molti cibi non gustosi. D’altra parte l’apprendimento dell’avversione ai sapori è anche stato usato per evitare che i lupi delle praterie rubassero le pecore domestiche e per aiutare la gente a ridurre la loro dipendenza dall’aloe e dalle sigarette.

[Bear, Connors & Paradiso. Neuroscienze, esplorando il cervello. Elsevier, 2007. Edizione italiana a cura di Casco, Petrosini e Olivieri]

LA MEMORIA AUTOBIOGRAFICA

Si parla di MEMORIA AUTOBIOGRAFICA per indicare la capacità di conservare le informazioni e le conoscenze legate al sé a partire (di solito) dagli inizi della seconda infanzia (verso i 3 anni) [Tulving, 2002].

Non è solo una collezione di ricordi associati a singoli episodi, è anche la rete delle connessioni e delle costellazioni dei ricordi che contribuiscono a dare senso alla propria esistenza. La memoria autobiografica è una sorta di regia che attribuisce unitarietà e distintività alla nostra persona.

E’ connessa, fra l’altro, con il CORTISOLO, poiché alti livelli di questo ormone provocano un deterioramento della memoria autobiografica, come avviene nella depressione [Buss et al. 2004]

[Anolli & Legrenzi, Psicologia Generale. Il Mulino, 2012]